Artigianato Vivo a Cison di Valmarino, Mestieri Vecchi e Nuovi arte, musica e teatro |
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Trent'anni di Artigianato Vivo ® a Cison di Valmarino Il termine artigianato definisce un'attività economica finalizzata a produrre beni e servizi non seriali, nell'ambito di un contesto familiare o attraverso un numero ridotto di operai, secondo un ciclo di lavoro in cui l'operare con le mani è un elemento centrale. L'artigiano è infatti colui che, quando crea un oggetto, si impegna in modo diretto con strumenti propri, ricorrendo in prevalenza alla manualità.
"La mano - scrive Henri Focillon -è azione: afferra, crea, a volte si direbbe che pensi. In stato di quiete, non è un utensile senz'anima, un attrezzo abbandonato sul tavolo o lasciato ricadere lungo il corpo: in essa permangono, in fase di riflessione, l'istinto e la volontà d'azione, e non occorre soffermarsi a lungo per intuire il gesto che si appresta a compiere" (Elogio della mano, Parigi 1934).
Cison di Valmarino dal 6 al 15 agosto 2010
Nella società tradizionale preindustriale la mano e la mente, il fare e il rappresentare erano strettamente legati. Questo "saper fare" comportava una profonda conoscenza da parte dell'artigiano, ma anche del contadino, della materia, degli attrezzi, delle tecniche corporee e una valutazione attenta dei tempi e del contesto sociale ed economico. La trasmissione di questo patrimonio di conoscenze era in gran parte legato all'osservazione e all'esperienza. L'apprendistato era una fase fondamentale nelle botteghe artigiane: provare e riprovare, incorporando un po' alla volta i segreti di un mestiere, cercando di fondere tradizione e innovazione. Imparare praticando presupponeva un impegno totale del corpo: osservare "robar coi oci"; ascoltare il rumore degli strumenti, il suono della materia; toccare per valutare consistenza, forma e calore; sperimentare con l'olfatto il procedere corretto delle diverse fasi di lavoro; intrattenere con la materia e gli strumenti che la modellavano un rapporto vivo e continuo. Ricordo le parole di un falegname che, descrivendo i suoi attrezzi, sottolineava l'importanza di sapere scegliere il legno giusto per le impugnature, perché le mani e lo strumento diventavano una sola cosa; raccontava con grande perizia le sottili differenze tra le diverse essenze legnose, l'importanza della stagionatura, del rumore del legno durante la lavorazione e molte altre cose. Fabbri, scalpellini, tessitori, cestai, falegnami, sellai, bottai, carradori, seggiolai, vetrai, maniscalchi, ramai: infinite specializzazioni, che si traducevano tra l'altro in una grande varietà di attrezzi, di cui oggi a mala pena sappiamo intuire la funzione. La non competitività sul mercato di queste attività, in una società come la nostra votata a scavare un solco sempre più profondo tra il fare e il rappresentare, le ha di fatto relegate nel passato, affidando, nel migliore dei casi, ai musei, la conservazione degli strumenti e la memoria delle tecniche. "Il lavoro manuale - scrive Richard Sennett, (The Craftsman -l'uomo artigiano, Feltrinelli 2008) - contiene tutta l'etica di cui abbiamo bisogno, non solo perché è mosso dalla curiosità, sa temperare l'ossessività, apre il lavoratore all'esterno, ma anche perché esso si svolge all'interno di un contesto di cooperazione,anziché di esasperata competitività individuale". |
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